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  • venerdì 27 febbraio 2015

    La nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati

    Gianfranco Dosi

    La nuova legge sulla responsabilità dei magistrati

    Secondo la nuova legge “costituisce colpa grave la violazione manifesta della legge nonché del diritto dell'Unione europea e il travisamento del fatto o delle prove” tenendo conto “del grado di chiarezza e precisione delle norme violate nonché dell'inescusabilità e della gravità dell'inosservanza” nonché della “mancata osservanza dell'obbligo di rinvio pregiudiziale” e “del contrasto dell'atto o del provvedimento con l'interpretazione espressa dalla Corte di giustizia dell'Unione europea”

     

    Il 24 febbraio 2015 è stata approvata in via definitiva alla Camera la nuova legge sulla responsabilità civile dello Stato e dei magistrati per i danni cagionati nell’esercizio di funzioni giudiziarie.

    Il testo della legge 13 aprile 1988, n. 117 (“Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”) – alla quale la nuova normativa introduce rilevanti modifiche - limitava la responsabilità per l’ipotesi di “violazioni di legge” da parte dei giudici ai soli casi di dolo e colpa grave. Questa restrizione non è stata considerata plausibile dalla Corte di giustizia europea nella ormai nota sentenza del 24 novembre 2011 che condannò l’Italia per aver escluso la responsabilità dello Stato “per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione imputabile a un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, qualora tale violazione risulti da interpretazione di norme di diritto o da valutazione di fatti e prove effettuate dall’organo giurisdizionale medesimo e limitando tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave”.

    La Corte di giustizia dichiarò chiaramente allora di non condividere l’interpretazione della nozione di «colpa grave», di cui all’art. 2, commi 1 e 3, della legge n. 117/88, data dalla Corte di cassazione italiana  limitata al «carattere manifestamente aberrante dell’interpretazione» effettuata dal magistrato e ribadì che la colpa grave avrebbe dovuto significare «violazione manifesta del diritto vigente».

    Per questo il Legislatore italiano si mise subito all’opera per modificare la legge e precisare i casi di responsabilità del magistrato in linea con questa decisione in seguito alla quale si apriva anche nei confronti dell’Italia una specifica “procedura di infrazione”. L’Italia, insomma, era obbligata a modificare la legge.

    Questo lavoro è ora terminato (e i magistrati sostengono che è andato al di là di quello che la decisione della Corte di giustizia avrebbe imposto) e il testo riformato della legge prevede che “costituisce colpa grave la violazione manifesta della legge nonché del diritto dell'Unione europea, il travisamento del fatto o delle prove” oltre agli altri casi già prima previsti di “affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento o la negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento, ovvero l'emissione di un provvedimento cautelare personale o reale fuori dai casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione” precisando anche che ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste la violazione manifesta della legge nonché del diritto dell'Unione europea “si tiene conto, in particolare, del grado di chiarezza e precisione delle norme violate nonché dell'inescusabilità e della gravità dell'inosservanza”. In caso di violazione manifesta del diritto dell'Unione europea si deve tener conto anche della “mancata osservanza dell'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell'articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonché del contrasto dell'atto o del provvedimento con l'interpretazione espressa dalla Corte di giustizia dell'Unione europea”.

    Si allarga quindi il ventaglio delle condotte che costituiscono colpa grave (e si allarga, quindi, l’area della responsabilità dello Stato e del magistrato). Sparisce la fase di ammissibilità dell’azione. Il risarcimento si chiede allo Stato entro tre anni dal momento in cui il provvedimento è effettivo essendo state esaurite tutte le fasi di giudizio. Il Presidente del Consiglio ha poi l’obbligo dell’azione di rivalsa nei confronti del magistrato entro tre anni.